Vedere qualcuno in difficoltà, saperlo soffrire…è sempre doloroso. Più dolore percepiamo nel nostro percorso e più temiamo il dolore per gli altri. Ma proprio entrando nelle nostre sofferenze possiamo anche capirne il profondo valore trasformativo e quanto tutto quel male sia necessario per renderci liberi.

Ogni volta ci provoca sentire, vedere e scorgere quelle incrinature di dolore. Cosa ci accade? Perché vogliamo salvare qualcuno?

Una dietro l’altra come ciliegie mature… una catena di “perché” pronta ad essere sempre approfondita:

perché vogliamo sentirci utili
perché vogliamo la riconoscenza di quella/e persona/e
perché pensiamo che prima o poi qualcuno o qualcosa si accorga dei nostri sforzi
perché abbiamo imparato che per ottenere amore bisogna fare qualcosa
perché abbiamo imparato che gli altri “si devono aiutare”
perché ci è stato detto che quello dovevamo fare
perché la religione e la cultura ha sempre ben visto chi si sacrifica e va incontro all’altro (peccato che però non ci abbiano mai fatto vedere come questo sia avvenuto in un pieno di amore e parlare di “sacrificio” sciupa il senso stesso dell’atto puro)
perché abbiamo messo in secondo piano le nostre esigenze e i nostri bisogni
perché non abbiamo neanche avuto modo di percepire le nostre esigenze i e nostri bisogni
perché non abbiamo potuto sentire quella nostra voce fra le mille parole sopra
perché abbiamo stabilito un legame rassicurante con quella persona
perché ci siamo resi dipendenti gli uni dagli altri, anche se abbiamo creduto che fosse solo l’altro a dipendere da noi
perché ci siamo sentiti i soli in grado di stare in quella situazione
perché abbiamo sperato di poter cambiare la situazione dal di dentro
perché abbiamo pensato che aggiustando il resto poi tutto avrebbe preso un’altra piega
perché abbiamo dato la priorità ad altro prima che a noi
perché non c’era urgenza, non c’era fretta, non c’era percezione altra
perché non pensavamo di poter aspirare ad altro
perché pensavamo che le nostre parole avrebbero sortito un qualche effetto
perché abbiamo fatto un copia e incolla della nostra esperienza proiettandola sull’altro
perché abbiamo tessuto un sottile filo di seta anche quando pensavamo di essere lì solo per l’altro
perché ci siamo sentiti in colpa a stare a distanza
perché avremo voluto che qualcuno ci salvasse a nostra volta
perché abbiamo voluto salvare qualcosa di noi stessi che abbiamo visto, più o meno consapevolmente, in quella persona
perché abbiamo cercato una prova al “funziona così”

perché, in fondo, crediamo che verremo amati per quello che facciamo e non per quello che siamo

perché non crediamo che il solo “essere” possa far accadere cose anche per l’altro

perché non crediamo nel potere trasformativo del dolore
perché non capiamo il senso del dolore
perché non abbiamo fiducia fino in fondo nelle capacità della persona
perché abbiamo meno fantasia della vita
perché abbiamo paura
perché cerchiamo conferme
perché…..

Eppure quante volte noi lo abbiamo fatto?

Quante volte abbiamo chiesto aiuto?! Agli altri, a noi stessi, a un’entità superiore, qualunque essa sia. E chiedere aiuto è stato parte del percorso per prendere consapevolezza di un qualcosa che doveva essere visto. Abbiamo guardato dentro le nostre caverne, osservato ogni ombra…abbiamo trasformato ogni emozione bloccata. E quanto abbiamo imparato! Quanto le parole, in quei momenti, potevano essere solo le nostre. Ma abbiamo imparato a condividere. A stare da soli ma anche a rivolgerci a chi poteva aiutarci…non tanto a risolvere quanto a darci un punto di vista nuovo…e quante belle scoperte abbiamo fatto da soli, nel nostro silenzio, nella nostra riconnessione che poteva essere solo personale e intima

E anche quante rivelazioni abbiamo vissuto vivendo in apertura con l’altro senza cercare salvezza, senza salvare, ma stando.

Contro ogni senso di colpa, contro ogni buon senso…occorre fare un passo indietro, che non vuol dire abbandonare, non vuol dire fregarsene, ma vuol dire riconoscere che il percorso di quella persona è unico e solo suo. Che può chiederci sostegno, ma prima deve proprio percepire il bisogno.
E il bisogno si avverte da soli.
La voce si sente nel silenzio.
E possiamo avere fiducia….nelle sue capacità, nei percorsi che gli aspetteranno, nel come le cose si combineranno e possiamo quindi cogliere e accogliere quello che di noi è in quel “salvataggio”. Quelle che sono le parti di noi da salvare…da noi. Quelle che sono le speranze di ottenere qualcosa da quel legame di bisogno, che può essere ottenuto in altro modo.

Restituire la responsabilità della propria vita a chi abbiamo davanti, lasciare andare, ridare la capacità decisionale del proprio agire e fare lo stesso con noi stessi.

Vivere, ora, la vita che vorremo vivere…senza aspettare o tergiversare nel “se solo anche quella persona fosse…”. Prendersi la responsabilità di vivere la vita libera che vorremo, riprendere in mano la capacità di decidere…perché si può scegliere e si sceglie sempre!
Lasciare andare….via i vincoli, i legami, le gabbie e i nodi…solo libertà di scelta.
Verso un nuovo modo di relazionarsi: libero, fatto di scelte quotidiane, di non richieste, di non attese, di condivisione di un flusso che non è mai uguale a se stesso!

Bello, ma fa panico, fa senso di vuoto, è qualcosa di diverso dal quotidiano…eppure…

…..si vola solo in assenza di sostegni!