“Quello che conta è il viaggio e non la meta!”

Da piccola lo sentivo spesso dire da coloro che per me erano “illuminati”. E mi faceva riflettere tanto perché a casa mia piuttosto era una corsa all’arrivo per poterne finalmente godere (…magari ne avessero almeno goduto), e il viaggio prima finiva meglio era!

Mi sono scontrata e mi scontro, non tanto con la capacità di godere delle cose momento per momento, per la quale potremo stare a parlare per ore, quanto con l’accelerazione in cui vivo.

A casa si scherzava io, mia sorella e mia mamma perché eravamo capaci di pranzare in 10 minuti. E mi sono accorta che sono sempre cresciuta nell’accelerazione. Parlare veloce, prepararmi veloce, fare una doccia veloce, camminare veloce! E per carità, ganzo! Fai un sacco di cose! Hai un sacco di tempo… in cui comunque… corri!

Fortuna quella frase mi ha sempre rimbombato in testa e ho sempre cercato e cerco sempre di più di essere nel momento presente e di non accelerare perché questo condiziona anche il tempo di vita e il tempo di interazione con gli altri. Perché sei fuori dal tempo e dietro quell’accelerazione c’è qualcosa di mio. Perché ho necessità di accelerare, in cosa non riesco a stare? Cosa mi mette davanti l’attesa?

E così avviene con la felicità. C’è fretta di provarla, viverla, ottenerla…! Ma così facendo la respingo sempre fuori di me… piuttosto che accoglierla momento per momento, passo per passo.

Rallentare. Costringersi a stare, a non accelerare, ad ascoltare e a respirare. Allora puoi contemplare che quel tempo è perfetto per te in quel momento. Che se lo accetti, non ti senti più costretto, ma ti senti piccolo piccolo in un meccanismo perfetto che ti ha sempre sostenuto e portato, solo che tu volevi andare alla tappa successiva, senza apprendere l’insegnamento di quel passaggio. E vista così la felicità sboccia in ogni momento, perché è in ogni momento, in attesa che tu l’accolga.