Quando ci fermiamo un attimo a pensare a ciò che ha fatto una certa persona, alla decisione che ha preso e restiamo con lo sguardo socchiuso, la testa che fa uno scatto indietro e tutto di noi che sembra di “ma come?”, non ci stiamo rendendo conto che per quella persona  è “quello che vuole”.

Ci arrovelliamo a cercare di ricostruire la trama di tutto il prima per cogliere le motivazioni, le spinte che hanno fatto optare per quella scelta. Quella scelta che non ci torna e in cui vediamo un errore, uno sbaglio nell’averla presa.

Pensiamo che ci siano tante altre cose sotto che hanno fatto propendere per quella scelta e che quella persona non ne sia consapevole e che quando capirà… cambierà strada e farà quello che pensiamo sia meglio per lei stessa.

Pensiamo altrimenti che se rimarrà in quel che noi riteniamo un sonno o un non vedere, vivrà cose parziali o ovattate.

Quella scelta ci provoca al punto da farci sentire in grado di sapere quale sia il bene per l’altro, ci fa sentire in grado di poter sfogliare il suo passato e il suo presente, ci fa sentire così bravi a capire e a sentire l’altro da riuscire ad  attribuire la scelta a così tante motivazioni che Freud stesso ne rimarrebbe allibito. Di cosa abbiamo bisogno? Di sentirci più svegli, più bravi, più abili? Di avere poi, un domani, ragione?

È molto più semplice. È “quello che vuole”. È quello che quella persona in quel momento vuole. E “quello che vuole” fa parte della persona. E noi dobbiamo vedere tutta la persona, non solo i frammenti che combaciano con noi cercando di dare motivazioni intrecciate a quelli che non ci tornano.

È “quello che vuole”  fa la persona così come è e se a noi non sta bene è una questione nostra.

Chiama in causa qualche nostro frammento, ci dice che noi forse non stiamo reagendo a cosa implica il “quello che vuole” dell’altro.

Ci dice che non abbiamo il coraggio di dire quello che vogliamo, quello che altri potrebbero definire: è “quello che vuole!” .

Che cosa vogliamo? Cosa vuoi?